
venerdì 8 giugno 2012
Di nidi e praterie
È successo, nella ridente cittadina di E., in un blob immaginario che dalla Svizzera si estende in direzione dell'Arkansas (manca solo lo spaventapasseri e sembra di trovarsi nel Mago di Oz, guardare la foto per credere), è successo, dicevo, che una famigliola di uccellini ha fatto il nido nel cassone della nostra tapparella. Che poi non sarebbe un evento eccezionale, se né io né Lui nutrissimo una particolare, rispettosa e innocua diffidenza per gli esserini animati, motivata non da cattiveria ma dal fatto che siamo cresciuti in quell'oasi di cemento che è Milano. La famigliola si è insediata, e la convivenza è pacifica, a parte qualche guscio d'uovo rotto caduto sul balcone, i ciuffetti d'erba e cinguettii ancora acerbi che fanno subito pensare a qualche nuovo nato. Tutto ciò per dire che in questi pomeriggi, dove alcuni accadimenti al di là delle Alpi fanno venire la pellagra, è un piacere starsene nascosti dietro il vetro a osservare l'andirivieni indaffarato verso il nido. È ospitale e selvaggia, anche se ordinata, la città di E., con le nuvole basse e gonfie sul lago, e i papaveri e i campi pieni di un cereale che non riusciamo a distinguere. Con i negozi che chiudono alle 19.00, e neanche un locale aperto, ma le finestre delle case illuminate dalle luci calde di chi tira tardi a chiacchierare. Con la gente che esce a correre impeccabile a qualunque ora della sera e della notte, il sole che c'è a sprazzi e devi uscire quando c'è, e cogliere l'attimo. Anzi, ora che è spuntato spengo il pc, e vi saluto.


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